Calma piatta. Come una versione postuma dell’eden, il prato addomesticato eredita l’aura di un peccato già compiuto o da compiersi a breve. Il prato delle case unifamiliari americane esiste nella sua forma attuale come risultato di una serie di codificazioni che da un lato ne hanno sancito il valore sociale, dall’altro, parallelamente, ne hanno uniformato l’aspetto, e normato le esigenze di manutenzione. Forte del suo carattere espressamente democratico, risulta essere tremendamente coercitivo.
Il tappeto erboso racchiude in sé tutti i dietro le quinte della sit-com quotidiana, celando dietro il suo aspetto idilliaco tutto il rimosso delle ordinarie frustrazioni. Luogo dove lo sguardo ansioso e amorevole dei proprietari si incrocia con quello giudicante dei vicini e dove l’uniformità è sinonimo di rispetto civico; luogo in cui la ritualità delle operazioni di manutenzione può facilmente sfociare in isteria; luogo in cui la città sogna di essere campagna e viceversa; luogo, infine della massima ambiguità tra il pubblico e il privato. In quanto sito naturalmente di confine tra due estremi, tra intimità domestica e dovere civico, al prato davanti e dietro casa è affidato il ruolo di gestione diretta dei due opposti. Il processo di produzione di immagini perfette e di armonia e felicità domestica, introdotta in casa dalla pubblicità, rimbalza sulla sua superficie esterna, e passa attraverso il filtro di canoni tanto precisi quanto imprescindibili. Un allestimento domestico che si riversa all’esterno, un set per panni pulitissimi da mostrare fuori dalla casa.
Il risultato è che il prato risulta costantemente monitorato: da direttrici esterne (il vicinato) e, soprattutto, da direttrici interne, concretizzate dai proprietari in cure e attenzioni patologiche e continue. La competizione si formalizza nel momento in cui gli elementi esteticamente qualitativi del prato diventano criteri eticamente quantitativi. La maggiore o minore “verdità”, la maggiore o minore efficacia delle strategie di manutenzione utilizzate diventano i segni tangibili della rispettabilità famigliare. Il prato è quindi contemporaneamente un simbolo, un luogo di confine tra proprietà e il campo di una battaglia quotidiana per famiglie suburbane.
La metafora bellica diventa effettiva durante la seconda guerra mondiale, quando la propaganda americana procede alla consapevole sovrapposizione dei significati di ideali patriottici e cura del prato (Beatriz Colomina, Domesticity at war, 2007) e che oggi è traslata, a tutte le latitudini, sui terreni che ospitano gli eventi sportivi, che siano mediatizzati o meno. In tutte le sue declinazioni, il prato accetta la presenza umana solo se gli uomini sono disposti a combattere sulla sua superficie. Bisogna che tutti si mobilitino, con tutte le armi a disposizione. Per dominare il vicino e per dominare il proprio avversario dall’altra parte della rete. In questo ping-pong catalizzatore di sguardi e di tensioni, è il prato a comandare: la sua immagine ripulita e pettinata determina i movimenti e i comportamenti di chi crede di controllarlo.
Troppo verde per poter essere sporcato. Troppo artificialmente naturale per correre il rischio di spezzare questo equilibrio. Troppo perfetto per contemplare la presenza umana. Il prato funziona contemporaneamente come una passerella, un palcoscenico, uno specchio deformante dall’apparenza naturalistica. Uno schermo, semplicemente. Uno schermo capace di animarsi e risucchiare chi si avvicina troppo. A chi lo guarda, non resta che elaborare delle strategie di difesa. Procurarsi degli anticorpi. Diventare parte di esso, della “nuova carne” vegetale. Assorbirne molecole attraverso l’appropriazione visiva, la manipolazione materiale, il congelamento, il camouflage. Vestire lo stesso abito per condividere lo stesso immaginario.
Luana Labriola
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